Notizie
PITTORI E PITTURA A BARRAFRANCA (ENNA) PDF Stampa E-mail
  
Martedì 23 Settembre 2008 17:43

        Parlare di arte per me è molto facile perché sono cresciuto in mezzo ai colori, alle tele e ai pennelli. Ho visitato quasi tutte le mostre locali, in quanto mio padre, GAETANO VICARI, è uno dei pittori di Barrafranca (per me il migliore) conosciuto soprattutto per aver dipinto il quadro della Compatrona “Maria S.S. Della Stella”, attualmente venerata nella Chiesa omonima. Naturalmente mi asterrò dal giudizio critico sull’opera pittorica di mio padre, perché si potrebbe pensare essere di parte; comunque voglio riportare quello espresso su di lui dal grande artista contemporaneo ENRICO BAJ: “…la sua pittura è ammirevole perché ha radici profonde in una lunga e disinteressata passione”. Posso affermare anche e nessuno mi può smentire che GAETANO VICARI è stato colui che ha iniziato la tradizione pittorica barrese (a lui si deve la prima mostra di pittura organizzata nel nostro paese). Grazie alla sua iniziativa ed alla sua tenacia, altri hanno intrapreso l’attività artistica, alcuni anche con ottimi risultati. E’ innegabile che mio padre e la sua scuola, che ha formato artisti come Padre GIUSEPPE BONFIRRARO grande pittore e ritrattista, VIGI (GIUSEPPE VICARI) dall’originale ispirazione prettamente surrealista, ANTONINO MILAZZO, UGO AVOLA FARACI, ed infine CALOGERO MINGOIA, costituiscono ancora oggi un punto di riferimento per l’arte barrese.

        Verso la fine degli anni sessanta, cominciarono ad emergere a Barrafranca degli artisti che cercarono un linguaggio diverso dal tradizionale e a volte anche sperimentale. Mi riferisco in particolare a CARMELO OROFINO il quale, dopo un periodo informale, prendendo spunto dal realismo, è arrivato ad uno stile pittorico originale e poetico Peccato che la sua genialità artistica non si sia manifestata con continuità nell’arte pittorica! Da ricordare anche GAETANO OROFINO, fine cesellatore di sbalzi in rame; SALVO CATALANO e GIOVANNI MAUCERI  con i loro quadri surreali; ANGELO TAVELLA, pittore e ceramista; ROBERTO CAPUTO artista dalla vena realista; GIUSEPPE PUZZANGHETA, che oltre al lavoro di pittore, si dedica a quello di stucchista e decoratore.

        I Bevilacqua hanno dato a Barrafranca molti artisti, ma mi preme ricordare la pittura dell’architetto ANGELO BEVILACQUA dalle pennellate violente e strazianti e dalla sensibilità estremamente lirica. Di recente si è distinto GIUSEPPE BEVILACQUA per le sue terracotte dal gusto classicheggiante che rivisitano il mondo del Mito, e per le sue ceramiche. Alla ceramica si dedica pure GIOVANNI RUGGERI, dopo un’esperienza artistica che lo ha portato a contatto con i migliori artisti nazionali ed internazionali presso “l’Atelier sul Mare” di Castel di Tusa.

        Anche le donne hanno un ruolo importante nella vita artistica barrese. ADRIANA SATARIANO, MARIA LUISA SPAGNOLO, MARIA COSTA, SILVIA PATERNO’, ROSA FARACI, ADRIANA NAVARRA ed altre… portano avanti un discorso pittorico dal cromatismo spesse volte tenue e delicato, accostandosi al soggetto presentato con sensibilità e con sfumature chiaroscurali che ne alleggeriscono i contorni.

        Per quanto riguarda la scultura, due nomi mi vengono subito in mente ALESSANDRO BONFIRRARO e GIUSEPPE CRAPANZANO. Il primo, oltre a realizzare potenti sculture in legno, si dedica anche con successo alla pittura; il secondo scolpisce dei bassorilievi in marmo dalle forme nitide e levigate. GINO FARACI si è fatto conoscere per le sue opere in ferro battuto e ANGELO SALVAGGIO per le sue statue ispirate a modelli classici.

        Non mancano nel panorama del mondo artistico barrese i pittori naif. GIUSEPPE MELI, GIUSEPPE MUSOLINO e FILIPPO ALEO raggiungono dei risultati felici, con un modo di dipingere immediato, perfettamente rapportato alla semplicità del tessuto pittorico ed alla sintesi delle immagini proposte.

        Voglio ricordare infine le nuove leve e gli artisti emergenti che, con le loro opere innovative e d’avanguardia, cercano di rinnovare l’arte nel nostro paese. Mi riferisco a GIUSEPPE PATERNO', SALVATORE LIGOTTI, TALITA OROFINO, VALENTINA TAVELLA, ANGELA INGALA, VALENTINA AVOLA, DEFRA (FRANCESCO PATERNO' e DENISE TAMBE')…il cui denominatore comune è sicuramente l’uso di un linguaggio tendente ad una forte astrazione, e l’ideologia progressista e a volte contestatrice. Un discorso a parte merita STEFANO CUMIA che si sta creando uno spazio tutto originale nell’ambiente artistico palermitano.

        Questo mio scritto, che non vuole essere una panoramica esauriente dell’arte nel nostro paese, riporta delle semplici impressioni di un osservatore attento alla materia. Tra quelli non nominati è immancabile che possano esserci dei grandi artisti…Per concludere vorrei far riflettere i lettori sulla seguente e sostanziale distinzione tra pittori che si dedicano all’arte con continuità, passione e sacrifici…e dilettanti che dipingono sporadicamente e che possono quindi definirsi “pittori della domenica”.

                                                                                      PIERO VICARI

   

        

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 25 Settembre 2008 15:52 )
 
STORIA DELLE CHIESE DI BARRAFRANCA (ENNA) PDF Stampa E-mail
  
Giovedì 18 Settembre 2008 17:29

Perché la storia delle Chiese? Perché le Chiese ed in particolare la Chiesa Madre, costituivano uno dei due nuclei su cui ruotava la vita di un Comune: nella piazza principale si ergevano da una parte gli Edifici simbolo del potere politico, e dall’altra parte la Chiesa, emblema del potere religioso. In genere davanti o dentro la Chiesa, centro della vita sociale e politica, si riunivano le assemblee del popolo, si svolgevano le sacre rappresentazioni, si schierava l’esercito prima di partire per la guerra.

    Il primo nucleo di Convicino prima e di Barrafranca poi si sviluppò intorno al Castello ed alla Torre dell’attuale Piazza Fratelli Messina: da ciò si può dedurre che le chiese più antiche sorsero in questo luogo. Attualmente di queste resta solamente la chiesa Maria S.S. della Stella.

    In seguito l’abitato di Barrafranca si sviluppò verso Nord seguendo l’asse Chiesa Itria-Chiesa Grazia. Intanto si andava delineando un altro asse verso Est, verso la Selva (“a Silvia”), dove sorsero la Chiesa di San Sebastiano il Nuovo e quella del Convento di San Francesco prima e più recentemente la Nuova Chiesa Madre.

    La chiesa Maria S.S. della Stella è la più antica di Barrafranca, sorta probabilmente molto tempo prima che Matteo III Barresi restaurasse Convicino e fondasse Barrafranca, siamo intorno al 1520/30. La chiesa è legata al culto di S. Alessandro e di Maria S.S. della Stella, Patrono e Compatrona del nostro paese.

    Si crede che il culto di Maria S.S. della Stella sia stato introdotto da Militello Val di Catania nel casale di Convicino dalla famiglia dei Barresi, che comprarono il casale nel 1330 per 1100 onze. Gli immigrati militellesi  a differenza del loro paese di origine dove è venerata la statua, fecero dipingere un quadro di Maria S.S. della Stella, con al centro la Vergine fiancheggiata da San Giovanni Battista, santo venerato a Convicino, e probabilmente da San Luca, santo importato da Militello con Maria S.S. della Stella. Nel dipinto San Luca in seguito fu trasformato in Sant’Alessandro, quando divenne il Patrono di Barrafranca.

    Infatti, dopo che Convicino divenne Barrafranca, sorse anche il problema del Patrono. Si ha notizia che esistevano nel paese due partiti: uno pretendeva come Patrono San Giovanni Battista; l’altro sosteneva Sant’Alessandro, partito questo appoggiato dal Clero e dalla Municipalità locale. Ma sorse un terzo partito, più forte, che venerò come Patrono sant’Alessandro, siamo sicuramente nel 1572, e scelse come Campatrona Maria S.S. della Stella. (Alcuni pensano che il quadro della Compatrona sia stato dipinto in questo periodo).

    Nel corso degli anni la chiesa Maria S.S. della Stella ha subito varie trasformazioni: nel 1693 fu distrutta a causa di un terremoto che coinvolse tutta la Sicilia orientale, avendo il suo epicentro nella Val di Noto. Dopo sei anni la chiesa fu riedificata e benedetta.

    Verso i primi del settecento e precisamente nel 1707, fu ampliata con nuove fabbriche (forse fu aggiunto il transetto).

    Il campanile invece fu costruito verso la fine del 700, ma la cupola, a foggia orientale, fu eseguita un secolo dopo da uno dei Fantauzzo, non sappiamo da chi.

    Verso la seconda metà dell’800 e precisamente nel 1858, l’interno allora ad una sola navata fu ricoperto di stucchi neoclassici da Salvatore Signorelli, un artista originario di Siracusa, il quale li modellò su disegni del fratello Vincenzo.

   Nei primi del novecento la chiesa fu ampliata con l’aggiunta delle navate laterali, ornate da stucchi dal barrese Antonino Musolino, aiutato forse dai cugini Carmelo e Calogero Fantauzzo.

    Ultimamente con lavori durati quattro anni, dal 1968 al 1972,  è stata completamente restaurata, e quel che è più importante consolidata, in quanto il terreno, su cui poggiano le fondamenta, stava cominciando a franare.

    Come abbiamo detto prima, l’abitato di Barrafranca cominciò ad espandersi principalmente verso Nord, rispetto all’attuale Piazza Fratelli Messina. Infatti, verso questa direzione troviamo l’altra chiesa più antica in ordine cronologico: la Chiesa dell’Itria. Essa è anteriore al 1599, quando Barrafranca era dominata Fabrizio Branciforti, la cui impresa più memorabile fu la sua vittoria sui Turchi, che sulla marina di Scicli furono costretti a fuggire incalzati da seicento cavalieri del Branciforti.

    La chiesa dell’Itria nel corso della sua lunga esistenza ha avuto dei rifacimenti e delle aggiunte: per esempio il portale centrale del portone esterno fu eseguito nel seicento (non sappiamo l’anno esatto) da uno scalpellino di Pietraperzia.

    Abbiamo notizia che nel 1821 il muro del prospetto era talmente diroccato, che per lavorare si portava il Santissimo nella sacrestia.

    Verso la fine dell’ottocento, secondo la moda del tempo, l’interno fu ornato di stucchi dal barrese Giuseppe Fantauzzo, degno allievo del Signorelli di cui abbiamo parlato. Ultimamente nel 1958 la chiesa è stata tutta restaurata.

    Terza per antichità in ordine cronologico (preciso che io parlo solamente delle chiese attualmente esistenti nel nostro paese) è quella della Madonna delle Grazie.

    Verso Nord Barrafranca oltre la chiesa Itria stentava ad espandersi: fu fondata allora la chiesa Madonna delle Grazie per popolare la zona circostante. Siamo intorno al 1650, quando il marchesato di Barrafranca apparteneva a Giuseppe Branciforti II, principe di Pietraperzia, viceré d’Aragona, conte di Raccuglia, vicario generale del Viceré di Lignè, ecc., ecc.

    Il portale che circonda il portone centrale fu eseguito da uno scalpellino di Pietraperzia nella seconda metà del seicento e precisamente nel 1670. Abbiamo notizia di diversi restauri eseguiti nel corso degli anni, uno nel 1782, un altro nel 1841: una volta questa chiesa era talmente malridotta, siamo nel 1765, che il prete non poteva celebrarvi la messa.

    Gli stucchi dell’interno furono eseguiti verso la fine dell’800 da Giuseppe Fantauzzo, forse dopo di quelli della chiesa dell’Itria.

    Nel 1971 la chiesa Grazia è stata restaurata in modo mirabile a cura della Soprintendenza delle Belle arti di Catania.

    Intanto nel nostro paese si andava delineando un altro asse, oltre a quello descritto verso Nord, il quale partendo da Piazza Fratelli Messina, si sviluppava verso Est. E proprio verso questa direzione sorse la chiesa del Convento di San Francesco.(Attualmente 2008 chiusa al pubblico perchè pericolante).

    Entrando in chiesa a destra, incassata nella parete, è posta una pietra. Questa fu trovata per caso nel 1923, mentre si diroccava uno spigolo per rifarlo nuovo. Dalla scrittura che vi è incisa possiamo sapere con sicurezza che la chiesa fu fondata nel 1694, quindici anni dopo che i frati francescani dal vecchio convento del Musciolino passarono al nuovo, per l’aria malsana.

    A quei tempi il Marchesato di Barrafranca apparteneva a Carlo Maria Carafa, principe di Bufera e marchese di Barrafranca, un insigne studioso che tutti lodavano per la sua bontà e munificenza, che tra le altre cose fondò anche Grammichele sulle rovine dell’antica Ocula.

    Sulla pietra è inciso anche il nome dell’architetto che ideò la chiesa, citiamo le parole esatte:  Micael Angelus a Calatajerone Architectus.

    Abbiamo notizia di ripetuti restauri eseguiti in questa chiesa. Ricordiamo quello 1923, quando fu trovata la famosa pietra prima descritta. Altri restauri furono (eseguiti) dopo la guerra, dal 1946 al 1950, quando fu sopraelevato il soffitto, riparata la volta e rinnovato il pavimento.

    Per quando riguarda la visione prospettica esterna questa di San Francesco era l’unica chiesa, tra quelle di Barrafranca ad avere una posizione invidiabile: il bel prospetto, che domina la piazza circostante, era visibile da tutta la Via Umberto I, che gli si apre di fronte. Ora è in parte nascosto da una grande fontana, costruita nel 2002 di fronte alla chiesa.

    La facciata è opera dell’artista barrese Santo Scarpulla, il quale nell’eseguirla trasse quasi sicuramente ispirazione da quella dell’Itria. Lo Scarpulla vi lavorò verso il 1923, aiutato da Giuseppe Cavagrotte, un intagliatore pure di Barrafranca, morto di recente. Credo che il prospetto, oltre ad ispirarsi a quello dell’Itria, abbia seguito lo stile e i modi del portale, d’epoca più antica, scolpito nel 1713 dallo scalpellino Filippo La Pergola. Lo stesso si può dire della parte alta del prospetto, eseguita posteriormente nel 1927, dove una finestra bifora, oltre a continuare la zona d’ombra iniziatasi con il portone e la gran finestra centrale, serve anche da campanile.

    Siamo arrivati ora alla chiesa più bella di Barrafranca, un vero gioiello dell’arte barocca: la chiesa di San Benedetto. Questa costruzione rappresenta un caso rarissimo, tra quelle di stile barocco per l’innovazione della cupola, che è collocata non in fondo alla chiesa vicino all’altare maggiore, come di consuetudine, ma in avanti presso l’ingresso.

    Non sappiamo il nome dell’architetto che la progettò, ma egli, per ideare un simile gioiello, doveva essere abbastanza aggiornato e sensibile ai richiami culturali provenienti dai centri maggiori.

    La chiesa è precisamente del 1745, fondata otto anni dopo che il Monastero di San Benedetto fosse aperto, quando il Marchesato di Barrafranca era toccato a Caterina Branciforti, dopo aver superato un litigio con la sorella Rosalia. Per costruirla fu ostruita una via, la continuazione dell’attuale Paternò Rossi, che divideva le due case signorili del Catalano e del Bufalini, fondatori del monastero.

    Nel prospetto spicca il portale esterno, finemente ed elegantemente lavorato, che si ricollega nella sua struttura barocca all’interno della chiesa. Non ho elementi per formulare qualsiasi supposizione; solo per amor di cronaca posso riferire che alcuni vogliono far risalire addirittura questo portale all’antico castello di Convicino, che sorgeva nelle vicinanze, supponendo che ne dovesse circondare il portone centrale. A me sembra che abbiano confuso con il vicino portale del monastero, perché, per quanto riguarda l’austerità dello stile, lo ritengo più adatto all’ingresso di un castello.

    Attualmente la chiesa è chiusa al pubblico perché in parte crollata, e un così singolare capolavoro si sta distruggendo nel disinteresse generale.

    Ultima in ordine cronologico a sorgere tra le chiese esistenti (a parte quelle recenti come le chiese di San Giovanni presso il Cimitero e  della Sacra Famiglia) fu la Chiesa Madre.

    Siamo intorno al 1720, durante gli ultimi anni della vita di Nicolò III Branciforti, che riunì sotto la sua persona i domini degli avi: principato di Butera e di Pietraperzia, Contea di Mazzarino, Grassulioto e Gilbissen, Marchesato di Barrafranca e Militello, Signoria di Niscemi e Grammichele, Bivieri di Lentini, Randazzini, Casale e Magnate di Spagna; la popolazione di Barrafranca si è accresciuta molto e l’antica Chiesa Madre di Piazza Fratelli Messina è quasi diroccata. Serve assolutamente una nuova Chiesa Madre, ampia, per accogliere la popolazione, ed alcuni giustamente pensano di costruirla sulle muraglie ancora solide della preesistente. Altri hanno l’idea di costruirne una nuova, cito le parole del Giunta, “nell’area della preesistente chiesa di San Sebastiano, che in quell’occasione venne demolita”. Sicuramente qui si parla della chiesa di San Sebastiano il Nuovo già esistente prima del 1622. Prevalse l’opinione di questi ultimi, forse perché il paese si era esteso verso quella direzione e la nuova posizione risultava più centrale; o forse per sedare i gravi dissidi che laceravano i vari quartieri barresi, in particolare quello della Serra abitato da pastori che osteggiavano i contadini del Canale.

    La chiesa fu iniziata nel 1728 ad opera degli intagliatori Ignazio Vannelli, Ignazio Mazio, Antonino La Rosa e Antonino Arena, tutti di Piazza Armerina. I lavori si protrassero fino a quasi il 1775 e durarono quasi 47 anni.

    Io però, in disaccordo con il Giunta, credo che la vecchia chiesa di San Sebastiano il Nuovo non sia stata del tutto demolita, ma che sia stata incorporata alla nuova costruzione più vasta. Infatti, fino a poco tempo fa, nel lato rivolto a sud dell’attuale Chiesa Madre, si potevano notare chiaramente le vecchie mura della chiesa di San Sebastiano e si poteva intuire che questa doveva essere ad una sola navata e sormontata da merli bizantini.

    Anche il campanile, con la parte inferiore diversa da quella superiore, può dare adito alla stessa supposizione, che cioè sia stato costruito come continuazione di quello della chiesa di San Sebastiano nel 1744 a spese dei cappellani, diciotto anni dopo l’inizio dei lavori della chiesa. A sostenere questa tesi, sulla parte bassa del campanile, fino ad una cinquantina d’anni fa, si potevano notare dei mattoni smaltati raffigurante il martirio di San Sebastiano.

    Il prospetto della Chiesa Madre è opera realizzata verso i primi dell’ottocento e precisamente nel 1830, su progetto dell’architetto Giuseppe Ciulla, originario di Barrafranca. I lavori che durarono dieci anni, furono eseguiti dal capo maestro Giovanni Scarpulla; il portale dall’intagliatore Montes. Il portone fu offerto dal barrese Liborio Costa nel 1839.

    Come le altre di Barrafranca, nella seconda metà dell’ottocento, la Chiesa Madre nel suo interno fu ornata con stucchi. Ad eseguire i lavori fu chiamato da Siracusa il professore d’Architettura e Disegno Plastico Vincenzo Signorelli, aiutato dal fratello Salvatore ed in seguito dal giovane Giuseppe Fantauzzo suo allievo.

    Ma la Chiesa Madre che oggi ammiriamo,non è tutta originale. Il 18 luglio, infatti, del 1943, verso la fine della seconda Guerra Mondiale, tre bombe aeree distruggevano la navata centrale, quella di sinistra, due colonne ed il lato nord del transetto. Verso il 1946, tre anni dopo, si cominciò a restaurare la cupola da parte dei fratelli Scarpulla. Un anno dopo i tetti, i muri, le colonne e la navata laterale erano tutti riparati.

    Nel 1948 si provvide alla pavimentazione ad alla riparazione della volta centrale, che fu rifatta a botte e non a grandi crociere, come doveva essere l’originaria. Si doveva arrivare al 1965 per avere la Chiesa Madre così come l’ammiriamo, con gli stucchi mancanti completamente rifatti da Giuseppe Puzzanghera ed in gran parte restaurata.

    Altri lavori sono stati eseguiti nel 1978-80, quando si sono rinforzate le fondamenta con cemento armato e si è rifatto il pavimento con lastre di marmo. Ma bisogna ricordare che ancora i restauri  non sono completati.

    Per concludere devo affermare che questa chiesa potrebbe rappresentare il simbolo della generosità del popolo barrese: la sua costruzione, i suoi ornati, la sua riparazione e il suo restauro sono stati eseguiti quasi sempre a spese del popolo: Populi Sumptibus.

    Per la stesura di questo articolo mi sono servito oltre che della mia pubblicazione “Guida alle Principali Chiese di Barrafranca ed ai loro tesori nascosti”, del libro del Sac. Luigi Giunta scritto nel 1928, una pietra miliare per la storia di Barrafranca; del testo del Nicotra, il più antico, di cui siamo a conoscenza, sul nostro paese; della pubblicazione di Licata e Orofino, il cui testo, pubblicato in due edizioni, costituisce la storia più completa di Barrafranca, finora realizzata; mi sono servito anche delle pubblicazioni del collega Centonze, cui va tutta la mia ammirazione per i suoi studi archeologici e per la sua competenza di storia antica e medioevale.

    Infine è doveroso un ringraziamento all’insigne studioso di fama internazionale dott. Angelo Ligotti, senza la cui preziosa collaborazione e senza i suoi consigli, mai avrei realizzato la suddetta mia pubblicazione.

                                                                  Gaetano Vicari

                                                                                        

   

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 24 Settembre 2008 15:55 )
 
LA PALA PREGIOTTESCA Di SANTA MARIA DEGLI ANGELI A BARRAFRANCA (ENNA) PDF Stampa E-mail
  
Mercoledì 17 Settembre 2008 17:16

Ancora un’occasione mancata PREGEVOLE OPERA D’ARTE SCOMPARSA A BARRAFRANCA Si tratta di una tavola pregiottesca di inestimabile valore, citata in tutte le guide più importanti della Sicilia -Nessuno  sa dove si trovi – Appello alle autorità competenti.      

        Una tavola pregiottesca di inestimabile valore, che si trovava a Barrafranca presso la Chiesa del convento di S. Francesco, è inspiegabilmente scomparsa senza che nessuno sappia dove attualmente si trovi. Eppure è un dipinto molto importante, di cui studiosi ed esperti di Storia dell’Arte hanno scritto nel corso dei secoli.  Il quadro rappresenta S. Maria degli Angeli con accanto la figura di S. Francesco, circondata da piccole scene con i miracoli del Santo. Questa descrizione, fatta da Filippo Cagliola nel 1644, testimonia l’esistenza a Barrafranca di quest’opera, che reca anche scritta la data di esecuzione, addirittura il 1244.     

    Abbiamo anche altre testimonianze che attestano la presenza di questa pala a Barrafranca: quella dell’umanista  Cristoforo Scobar del 1510; del Tossignano del 1586; di Fra Dionigi di Pietraperzia del 1776; e più recentemente del Nicotra del 1907 e del Vicari del 1984. Ad occuparsi esaurientemente della tavola è stato il sacerdote Luigi Giunta, il quale nella sua opera su Barrafranca del 1928, affermava di aver visto il dipinto di S. Maria degli Angeli nel coro della Chiesa del convento di S. Francesco. Il Parroco però asseriva che il quadro era eseguito ad olio e non aveva dipinto i miracoli di S. Francesco, e che quindi non poteva trattarsi dell’antica opera di cui gli studiosi parlano, perché la pittura ad olio fu introdotta in Italia da Antonello da Messina nel 1400.     

     E allora dove si trova la pala originale?Il dottor Angelo Ligotti, insigne studioso barrese di fama nazionale, ha cercato di dare una risposta a questa domanda, scrivendo in un articolo, pubblicato anni fa, che la tavola di S. Maria degli Angeli fu trasportata nel 1500 dai Moncada (una ricca famiglia d’usurai ebrei) da Barrafranca a Caltanissetta, dove attualmente si trova presso il Collegio di Maria. Ma anche questo quadro risulta dipinto ad olio e su tela e non reca né la figura di S. Francesco né i suoi miracoli. A parte questo, dallo stile, dalla composizione e dai colori sembra un dipinto  molto più recente, eseguito nel periodo rinascimentale.      

    Attualmente presso la Chiesa del convento di S. Francesco di Barrafranca non c’è traccia dell’opera descritta dal Giunta e quindi anche quella che, egli riteneva una copia, è andata perduta. Nessuno degli studiosi di storia locale, né i vecchi Parroci ancora in vita ne sanno notizia, anzi alcuni ne ignorano l’esistenza, come la maggior parte dei Barresi. La pregevole pala pregiottesca e quella considerata dal Giunta una copia di epoca più recente, che fine hanno fatto? Si sono perdute come migliaia di opere d’arte che spariscono ogni anno nel nostro Paese.       

     Barrafranca ancora una volta ha sprecato un’occasione di sviluppo culturale ed economico, perché nel corso dei secoli non ha saputo  conservare e valorizzare il suo patrimonio architettonico ed artistico, ed ha permesso che andasse distrutto per ignoranza ed incuria. Molte, infatti, sono le opere di valore culturale, storico ed artistico che il nostro paese non si è curato di salvaguardare . Tanto per citare qualche esempio a caso: il Castello di Convicino con la sua celeberrima Torre, il Carcere (dove ora sorge un orrendo Edificio Postale), la Chiesa di S. Giuseppe…e l’elenco potrebbe continuare.

     Io, pertanto, rivolgo un appello alle autorità competenti, affinché si interessino di ricercare e ritrovare la preziosa tavola di S. Maria degli Angeli, per restituirla, se non sia stata irrimediabilmente rovinata, al suo paese di origine. 

                                                     Pietro Vicari                   

                                             

                                              

                                      
Ultimo aggiornamento ( Sabato 04 Ottobre 2008 20:52 )
 
LA FESTA DEL VENERDI' SANTO A BARRAFRANCA (ENNA) PDF Stampa E-mail
  
Mercoledì 17 Settembre 2008 16:57

SETTIMANA SANTA 1993 Sono contattato dall’avvocato Luigi Barbaro, il quale mi comunica che sarebbero venuti dei professori di Torino per vedere e studiare il Venerdì Santo a Barrafranca.

Vengono dal C.L.A.U. Centro Linguistico e Audiovisivi Universitario- via Sant’Ottavio, 20- 10124 TORINO tel. 011/8174064  fax 011/8125815: MARIA ROSARIA LA TORRE (Assistente Tecnico) Corso Toscana, 10/11   !0149 TORINO  tel. 011/290955, ANNA MARIA ANCONA (Assistente Tecnico) Via Chiesa della Salute, 47   10147 TORINO  tel. 011/2161471, MARIO VERA (Collaboratore Tecnico) Via Monte Pertica, 8   10146 TORINO,  PIERCARLO GRIMALDI (Professore di Storia delle Tradizioni Popolari) Via Sanguanini, 7   14100 ASTI  tel. 0141/436358, AMBROGIO ARTONI (Professore di Semiologia dello Spettacolo e DIRETTORE del Centro Linguistico e Audiovisivi Universitario di Torino) Corso Dante, 173   14100 ASTI  tel. 0141/216748.

Riprendono tutta la giornata del Venerdì Santo e realizzano un FILM, la cui cassetta m’inviano in anteprima nel gennaio del 1994.Il film è presentato a Barrafranca durante la Settimana Santa 1994 e precisamente i giorni Martedì 29 Marzo, Sabato 2 Aprile e Martedì 5 Aprile, presso il salone del Centro Incontro Anziani della Parrocchia Maria SS. Della Stella a cura del Centro di Cultura Giovanile e dal sottoscritto.  

Per l’occasione i Professori di Torino inviano il seguente fax: 

Torino,lì 29/03/94           Chiar.mo Professore, come da intese intercorse, le trasmettiamo una breve relazione inerente al Venerdì Santo a Barrafranca.   Un augurio di buon lavoro e soprattutto di buone Feste a tutti ANNA MARIA ANCONA

Caro prof. Vicari, con i nostri migliori auguri per la prossima Pasqua, Le inviamo i sensi della nostra soddisfazione per l’iniziativa di proiettare pubblicamente il nostro documentario sulla festa del Venerdì Santo a Barrafranca…..   Non so come giudicherete il nostro film, che è il risultato parziale del nostro incontro con la vostra comunità e con la cultura che esprime. Un incontro che ci ha arricchiti e che come in poche altre occasioni ci ha mostrato il significato del nostro lavoro, che è quello di dar voce e di far conoscere quanta ricchezza umana e culturale sappiano ancora esprimere le tradizioni orali.    La nostra lettura è perciò stata partecipante, non ci siamo limitati a guardare ma, come sanno coloro che ci hanno aiutato nel lavoro di documentazione, abbiamo voluto immergerci nella vostra realtà culturale per conoscerla quanto più dall’interno, per condividerla, vogliamo dire.    A Barrafranca abbiamo lasciato tanti amici, ma anche un pezzetto di noi. Se questa sera non possiamo esserci, è per impegni di lavoro che non ce lo consentono: ma ormai un certo contagio si è prodotto, e la sera del Venerdì Santo idealmente saremo lì, per le vie di Barrafranca, ad applaudire “U Trunu” e a unirci al grido dei vostri giovani: “Misericordia”.   A Lei, professor Vicari, la nostra riconoscenza con la preghiera di esternarla a tutti coloro che ci hanno concesso di realizzare questo film, i cui nomi sono troppi per essere qui ricordati uno per uno.   Ancora grazie, e a presto     AMBROGIO ARTONI e PIERCARLO GRIMALDI 

p.s.: Il video “U Trunu” oltre all’utilizzo in sede didattica e scientifica universitaria è stato presentato: -         al Convegno Internazionale “Antropologia Visiva e Culturale della Rappresentazione, Il tempo delle feste in Europa”, organizzato dal Consiglio d’Europa in collaborazione con l’Università di Torino e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Torino, ottobre 1993);-         al Convegno del C.N.R. “Sei anni di attività del Comitato Nazionale per la Scienza e la Tecnologia del Beni Culturali” (Roma, marzo 1994);        E’ prevista inoltre la presentazione nella rassegna europea di programmi audiovisivi organizzata ad Atene per l’aprile 1994 dalla C.E.E. – Euroregio.    Successivamente sarà presentato a Budapest, nel mese di novembre 1994 in occasione di un Convegno Internazionale di Etnologia.             

Della festa del Venerdì Santo a Barrafranca ed in particolare della processione di “u Trunu”, si sono occupati quasi tutti gli studiosi locali e dei paesi limitrofi, per la sua popolarità, suggestione e particolarità.Quella del Nicotra è una delle più antiche testimonianze di questa festa, seguita dal giudizio del parroco Giunta che mi sembra molto calzante: “ Non è propriamente una processione ordinata, ma si potrebbe dire l’ordine nel tumulto il che la rende più commovente”. Di recente io e Diego Aleo abbiamo scritto ampiamente su questa processione nel volume “La Grande Eredità”; se ne è occupato anche Carmelo Orofino in diversi giornali e nel libro “Barrafranca, Storia – Tradizioni –Cultura Popolare”, scritto con Salvatore Licata, il quale a sua volta ha pubblicato sul “Giornale di Sicilia” vari articoli sul Venerdì Santo. Per non parlare degli articoli di Luigi Barbaro su “La Sicilia” e delle pubblicazioni di Filippo Marotta, di Vittorio Malfa, di Antonino D‘Aleo, di Giuseppe Giuliana, di Liborio Centonze e di altri, i quali ne hanno dato molte e a volte complesse interpretazioni.            

 Le interpretazioni e le motivazioni sulla processione di “u Trunu” dei vari studiosi locali compresa la mia, anche se a volte originali e azzeccate, non hanno, secondo il mio parere, valore di scientificità, in quanto derivanti principalmente da una situazione affettiva ed emozionale, e non da uno studio specifico e specializzato. Coloro invece che hanno dato validità scientifica e valore culturale allo studio di questa festa, sono stati i componenti dell’equipe del Centro Linguistico e Audiovisivi Universitario, dell’Università degli Studi di Torino, composta da Ambrogio Artoni, professore di Semiologia dello Spettacolo e Direttore del Centro, Piercarlo Grimaldi, professore di Storia delle Tradizioni Popolari, e da altri assistenti tecnici.            

La loro “lettura” del Venerdì Santo di Barrafranca, come loro stessi mi hanno spiegato, è stata partecipante, perché non si sono limitati a guardare, ma hanno voluto immergersi nella realtà culturale locale, per conoscerla quanto più dall’interno e per “condividerla”.             Voglio riportare testualmente le loro prime impressioni su questa festa (mi hanno comunicato che si propongono di scriverne più ampiamente in seguito, perché la ritengono molto interessante e soprattutto unica nel suo genere): “Si tratta di una festa senza eguali, frutto non tanto di una tradizione riproposta come spettacolo folclorico, ma di una vera passione collettiva che sa riunire la vostra comunità nell’azione partecipante di tutti i suoi membri. Festa della virilità, rito di passaggio, inno alla fertilità e alla rigenerazione della natura: i significati sono evidenti, ma la loro stessa forza ci sembra essere ecceduta e superata dal vero e proprio miracolo – nella società complessa – di vedere realizzare intorno alla processione del Venerdì Santo la compiuta identità di un’intera comunità, arricchita nell’occasione dalla partecipazione di molti suoi membri che durante l’anno vivono e lavorano altrove, in Italia e all’Estero.Quello che colpisce, soprattutto, è l’entusiasmo dei giovani, che nella festa non vedono l’improbabile rappresentazione di un tempo ormai lontano, ma una risorsa per l’oggi, la risposta collettiva a una condizione sempre più connessa all’individualità dell’uomo gettato nel mondo senza patrie e utopie. Realizzando nell’azione rituale, nella sua spontaneità e violenza, il mito delle origini, i giovani di Barrafranca mostrano di saper ritrovare la forza ella tradizione come porta spalancata verso un possibile domani, solidale e produttore di nuova cultura. Il dio solare, il Cristo illuminato e coperto di ori, così diverso da quello della tradizione canonica, ne è la metafora e la rinnovata rappresentazione.”.             

Dalle riprese effettuate dai componenti dell’equipe è stato realizzato un documentario che, come loro affermano, è il risultato parziale del loro incontro con la nostra comunità e con la cultura che esprime. “Un incontro che ci ha arricchito, - confessano -, e che come in poche altre occasioni ci ha mostrato il significato del nostro lavoro, che è quello di dar voce e di far conoscere quanta ricchezza umana e culturale sappiano ancora esprimere le tradizioni orali.”.             

Il video “u Trunu” è utilizzato in sede didattica e scientifica in varie Università europee ed è stato presentato, fino a questo momento al Convegno Internazionale “Antropologia visiva e Culture della Rappresentazione. Il Tempo delle Feste in Europa.”, organizzato dal Consiglio d’Europa, in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche e tenuto nell’Università di Torino; al Convegno del C. N. R. “Sei anni di attività del Comitato Nazionale per la Scienza e la Tecnologia dei Beni Culturali” di Roma; alla Rassegna Europea di Programmi Audiovisiviorganizzata dalla C. E. E. ad Atene; e al Convegno Internazionale di Etnologia di Budapest.                                                                      Gaetano Vicari

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 24 Settembre 2008 15:58 )
 
I FANTAUZZO A BARRAFRANCA (ENNA) PDF Stampa E-mail
  
Martedì 16 Settembre 2008 17:07
    

                                               

  

    E’ difficile parlare di un artista poco conosciuto, di cui nessuno ha ancora scritto in modo esauriente e definitivo, ed è ancora più difficile scrivere su persone alle quali si è legati da vincoli di parentela: si rischia di essere poco obiettivo e di lasciarsi trascinare dal “richiamo del sangue”. Queste due difficoltà provo ora, che mi accingo ascrivere sui Fantauzzo, in primo luogo perché non esiste nessuna pubblicazione sulla loro vita e sulla loro opera (tranne un articolo apparso su “Il Pungiglione” del Marzo del 1984, che parla dell’attività dei Fantauzzo a Mazzarino, scritto dal dott. Antonino D’Aleo); in secondo luogo, perché Giuseppe Fantauzzo, l’iniziatore della tradizione artistica della famiglia e il più importante, fu il mio bisnonno da parte di madre.

    Dopo questa doverosa premessa, cercherò, nella stesura di quest’articolo, d’essere quanto più è possibile imparziale, tanto più che le mie deduzioni possono essere facilmente verificabili dovendo io parlare dell’opera dei Fantauzzo a Barrafranca

    Giuseppe Fantauzzo nacque a Barrafranca nel 1851 da Carmelo ed Agata Guarneri. Il padre esercitava il mestiere di ciabattino ed era originario di Mazzarino. Egli, dopo il matrimonio con Agata di Barrafranca, si trasferì in questo paese. Prima di Giuseppe, aveva generato un altro figlio, Amedeo, ma non sappiamo se ne abbia avuto altri.

    Nel 1858, per ornare di stucchi la chiesa Maria Santissima della Stella, fu chiamato a Barrafranca il grande Vincenzo Signorelli, che lavorava aiutato dal fratello Salvatore. Vincenzo nacque a Siracusa da Gaetano e Caterina Colombo dei Conti Danieli nel 1825 e fu professore di Architettura e Disegno Plastico presso le Scuole Magistrali, Tecniche e Normali di tutto il Regno d’Italia.

    Sicuramente il piccolo Giuseppe di appena sette anni, dovette recarsi molto spesso a vedere lavorare il grande maestro e dovette restare affascinato dalla bellezza e perfezione della sua opera. Non abbiamo notizia se sia stato al servizio del Signorelli, durante i lavori eseguiti nella chiesa Maria Santissima della Stella, ma già lo troviamo al suo fianco quando, in seguito, fu affidato al maestro il compito di decorare la Chiesa Madre. Sconosciamo la data esatta dell’esecuzione degli stucchi di questa chiesa, ma sicuramente nel 1876 dovevano essere completati, perché abbiamo notizia che la morte colse il Signorelli nel nostro paese appunto in quest’anno, dopo 51 anni di vita.

    Giuseppe Fantauzzo, allievo di un così grande maestro, ne accettò consapevolmente e deliberatamente l’eredità artistica e si ritenne il suo continuatore. Insieme al fratello Amedeo, realizzò pregevoli stucchi e statue nelle principali chiese di Barrafranca, Grammichele, Aidone, Pietraperzia, Piazza Armerina, Mazzarino, ecc.

    La prima grande opera di Giuseppe Fantauzzo a Barrafranca fu la decorazione della chiesa Madonna dell’Itria. Gli stucchi coprono tutto l’interno in un susseguirsi continuo di fiori, piante, angeli, festoni, come se non dovessero finire mai, in un crescendo continuo. Anche se riveste quasi tutta la volta e le pareti, l’ornato degli stucchi si presenta contenuto e non soverchia e nasconde la struttura architettonica della chiesa, che risulta nitida e chiara. Dall’esame degli stucchi, possiamo collocare la loro esecuzione forse tra il 1876 e il 1880.

    Nell’eseguire quest’opera il Fantauzzo subì ancora l’influsso del suo maestro, il Signorelli. Infatti, l’insieme degli stucchi, in cui il classico e il barocco s’intrecciano senza soluzione di continuità, richiama quello della Chiesa Madre, ma già s’intravede la personalità dell’autore, in modo più velato nei bassorilievi della volta e in maniera molto più chiara nella soluzione della parte absidale con uno pseudo tempietto, sostenuto da otto colonne, quattro da ogni lato, e terminante a semicupola a tutto sesto, ornata da statue. Questa sarà la caratteristica del Fantauzzo, il quale la ripeterà con più o meno varianti, quando eseguirà la decorazione di altre chiese nei diversi centri della Sicilia.

   In alto la volta è divisa in cinque parti, che racchiudono ovali con bassorilievi, i quali rappresentano: l’Annunciazione, la Madonna dell’Itria, l’Assunta, San Francesco di Paola, e la Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù. All’epoca del rifacimento della chiesa da parte del Fantauzzo, gli ovali della volta, quasi sicuramente, dovevano corrispondere ai Santi venerati sugli altari delle pareti: attualmente alcuni ancora concordano, altri sono scambiati di posto, altri ancora completamente diversi.

    In questi bassorilievi il Fantauzzo con minimo sfoggio plastico, con gradazioni di piani appena percettibili, attraverso cui si realizza la prospettiva, raggiunge la massima densità di forma e di espressione.

    Tra il 1880 e il 1890, il Fantauzzo ebbe l’incarico, sempre a Barrafranca, di decorare con stucchi la della Madonna delle Grazie. Il nostro nell’eseguire quest’opera, abbandonò lo stile del maestro e ritrovò la sua vera fisionomia, che continuerà nella decorazione della cappella del Seminario di Piazza Armerina, forse il suo capolavoro. L’insieme degli stucchi risulta quasi geometrico ed elegante, ma nello stesso tempo rivela una certa ingenuità sognante: ne scaturisce un grande senso di pace e di serenità, che invita al raccoglimento ed alla preghiera.

    L’altare maggiore è sormontato da un arco a tutto sesto, sorretto da colonne. In alto, ai lati, due statue rappresentanti angeli; al centro una raggiera con il simbolo della Vergine; all’interno sopra la nicchia, un bassorilievo della Madonna delle Grazie. Il Fantauzzo, nel fermare l’immagine degli angeli e della Vergine, si rivela promotore di una nuova severità stilistica di gusto antico, ma al tempo stesso talento sensibilissimo al carattere dei suoi soggetti, ed una certa essenzialità della forma e dei panneggi, con un linguaggio concretamente innovatore.

    Verso il 1890, Amedeo si separò da Giuseppe, in quanto per motivi di lavoro dovette recarsi a Palermo, dove si sposò e si stabilì; ma Giuseppe non rimase a lavorare da solo: a parte i numerosi allievi, che egli trattava con amorevole severità, c’erano soprattutto i suoi figli, nati dal matrimonio con Assunta Guerrieri, avvenuto a Barrafranca intorno al 1873.

    Degli otto figli, quattro maschi e quattro femmine, soprattutto Carmelo, Calogero e Giuseppe mostravano una particolare attitudine per l’arte ed aiutavano il padre secondo le loro possibilità. Un valido aiuto il Fantauzzo riceveva anche dal nipote Antonino Musolino, il continuatore dell’opera del nostro con Calogero e Giuseppe.

    La decorazione della Chiesa della Madonna dell’Itria e di quella della Madonna delle Grazie, sono le opere più importanti realizzate da Giuseppe Fantauzzo a Barrafranca, ma abbiamo detto, egli operò in molti altri paesi, e quasi sicuramente ogni che riceveva una commissione di una certa consistenza, si spostava in quel paese con tutta la famiglia.

    A Grammichele dovette dimorare a lungo, come attesta la quantità delle opere realizzate, e proprio in questo paese dovette avvenire la prima caduta del Fantauzzo dall’alto di un ponte di legno, con conseguenze non gravi. Continuò la sua opera di pittore, scultore, architetto ed adornista plastico; ma una seconda caduta, avvenuta questa volta a Mazzarino, mentre restaurava il “cappellone” della Chiesa del Carmine, dovette riuscirgli fatale.

    Si racconta che “caduto in piedi”, sembrò non aver riportato alcun danno e si recò presso l’originaria Barrafranca, dove, dopo otto giorni, morì all’improvviso, nel 1899 a soli 49 anni.

    Ne continuarono l’opera i figli Carmelo, allora ventenne, Calogero, di diciassette anni, e il nipote Antonino Musolino. Li troviamo a lavorare insieme, sempre nel nostro paese, verso i primi del 1900, quando si ampliò la chiesa Maria Santissima della Stella, con l’aggiunta delle navate laterali, che furono ornate da stucchi. Ma quando Carmelo, che era il vero continuatore dell’opera del padre e che faceva prevedere un livello artistico non inferiore, morì a ventisette anni nel 1906, e Antonino Musolino emigrò in America, Calogero, che aveva maggiormente la funzione di muratore che di stucchista, non si occupò più di arte.

    Un accenno a parte merita l’altro figlio Giuseppe junior, che fattosi sacerdote, scolpì le edicole che contengono i quadretti della Via Crucis della chiesa del convento di San Benedetto. Le nicchie sono tutte in legno, finemente lavorato e traforato, impreziosite in basso da pennacchi e da guglie che s’intrecciano e si susseguono, decrescendo dal centro verso l’esterno. L’opera fu eseguita verso il 1914, alle soglie della prima guerra mondiale; nello stesso anno l’autore morì a soli ventisette anni.(Dopo la chiusura al pubblico della Chiesa perché pericolante, la Via Crucis fu trasferita dalle suore in un’ala del corridoio superiore del Convento, adibita a Cappella, fino al 1984. Da allora non se ne ha più notizia.

    Quelle sopra descritte sono le opere certe dei Fantauzzo a Barrafranca; ma per amore di cronaca ne vogliamo citare altre tre, che si trovano nella chiesa Maria Santissima della Stella e che la testimonianza dei discendenti attribuisce ad uno dei Fantauzzo, non si sa però chi. Si tratta della bellissima statua di San Luigi Consagra, della decorazione esterna della cupola del campanile, e delle “figlie di Maria”, figure dipinte ai lati della “Madonna dei raggi” di Francesco Vaccaro.

    Dopo aver esaminato l’attività artistica dei Fantauzzo a Barrafranca, si può cercare di dare un giudizio sulla loro opera, ma un vero e proprio giudizio si può formulare solo su Giuseppe, il cui livello artistico si differenzia notevolmente da quello degli altri, tanto più che i figli, e in particolare Carmelo, morti quasi tutti prematuramente, come abbiamo detto, non hanno avuto il tempo di esternare le loro possibilità artistiche.

    Siamo di fronte ad un grande misconosciuto dell’arte italiana dell’ottocento, pur trattandosi di un artista d’incomparabili risorse di grazia, fantasia fervore plastico e ornamentale. Egli, infatti, dopo essersi liberato dagli influssi del Signorelli, manifesta tutta la sua personalità,che assorbe i contrasti e le incertezze del suo tempo, rivivendole con una personalissima impronta di serenità, di leggerezza e di delicatezza.

    A classificarlo basta quella specie di poema plastico che anima la Chiesa della Madonna delle Grazie a Barrafranca, con pastoso e delicato congegno di statue, rilievi ed ornati.

    Con una tecnica incredibilmente applicata ad una materia relativamente povera quale lo stucco, egli sembra preludere all’arte moderna, tramite la sua visione di severa staticità, che adombra la compostezza classica; non si tratta però di un classicismo di recupero, bensì di una versione del tutto originale in cui l’artista riversa il suo amore per la vita semplice, informata da sentimenti elementari. Il Fantauzzo non è un novatore rivoluzionario, ma ridona alla scultura, al rilievo ed all’ornato una nuova dignità, mediante un linguaggio rigorosamente fondato su una misura architettonica, che esalta i superbi equilibri delle masse modellate.

    Da quanto detto, si evince che il Fantauzzo si possa ritenere un precursore dell’arte moderna. Nella sua opera, infatti, va affiorando una sensibilità del tutto differente da quella antica, una nuova intelligenza formale, che dovrà progressivamente acquisire una nuova dimensione, perché no sopranazionale: il nostro va tentando la costruzione di una forma espressiva autonoma, essenziale e perciò prettamente moderna. Sicuramente, a nostro modesto parere, non ci troviamo di fronte ad un uomo con una formazione chiusa e provinciale, ma davanti ad un artista abbastanza aggiornato e sensibile ai richiami culturali provenienti dai centri non solo italiani, ma anche europei; ad un artista da essere rivalutato e con tutte le caratteristiche in regola per entrare, anche se in punta di piedi, nel gran concerto dell’arte internazionale.

    Voglio concludere questo mio lavoro con una curiosità, se così si può chiamare: il nome dei Fantauzzo del ramo del grande Giuseppe è destinato ad estinguersi, perché attualmente esiste solamente, con questo cognome, discendenza femminile.

    (Per la stesura di quest’articolo mi sono avvalso del mio volume “Guida alle principali Chiese di Barrafranca ed ai loro tesori nascosti”; dell’articolo “I Fantauzzo nell’arte” di Antonio D’Aleo; e soprattutto della testimonianza orale dei diretti discendenti di Giuseppe Fantauzzo).

                                                                                                                 Gaetano Vicari

 

   

  

    

   

Ultimo aggiornamento ( Domenica 21 Settembre 2008 16:36 )
 
<< Inizio < Prec. 1 2 Succ. > Fine >>

Pagina 1 di 2

Contatore visite

mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterOggi23
mod_vvisit_counterIeri37
mod_vvisit_counterQuesta settimana83
mod_vvisit_counterQuesto mese552
mod_vvisit_counterTutti10288

Obtener Plugin Flash para visualizar este reproductor